giovedì 21 novembre 2013

Giorno 10 (12.07.2013). Da Cenerentola a Trainspotting

Relitto abbandonato in una secca di Mull
La doppia colazione dolce/salata fa onore al resto del castello e qui riesco finalmente a provare i kippers, le aringhe affumicate grigliate per colazione, servite con le salsicce di vitello Highlander. Il tè mi arriva in una incredibile teiera antica in argento massiccio, perfetta in abbinamento alle porcellane antiche del servizio, ma il conte de fées sta per finire e dobbiamo ripiombare nella realtà: poche città potrebbero portare a termine questo scopo con maggiore efficacia di Glasgow, l’anticartolina.

il primo impatto con Glasgow


Industriale alla periferia e finanziaria-borghese in centro, ha qualcosa che suggerisce le metropoli americane che vediamo nei film, con Avenues fitte di lussuosi palazzi in arenaria e basalto inframmezzati davicoli di servizio atti ad ospitare cassonetti, barboni e possibili misfatti.

Pub in ex-banca!







La gente per strada non ha l’aria well-groomed degli azzimati edimburghesi e non si vede neppure un kilt. Individuo invece una serie di fisionomie che sembrano prese a prestito da Trainspotting –dico sul serio. Si sente nell’aria che questa città è l’eterna seconda che vorrebbe sottolineare al mondo la sua presenza ricca e influente, slegata da leggende e antiche storie e ancorata invece al lavoro operaio. E, per abitanti e produzione, nell’Ottocento seconda era sempre, ma a Londra. Qui la tendenza all’esterofilia e al desiderio di esotismo tende ad estremizzarsi, al punto che trovare un ristorante scozzese è un’impresa (non riuscita). Ripieghiamo su un enorme pub installato in un’ex-banca dai soffitti altissimi e ultra-decorati, in cui ci godiamo un ottimo hamburger ma anche una foto del venerdì sera tipo della città, con ragazzi che si ritrovano intorno alla pinta e agli onion rings o cercano di resistere alla seduzione di donne patentemente più grandi di loro.

...avevo fame. Si vede?

Per ora l’unica delusione viene dall’albergo, il Marks Hotel, un concentrato di aggressive luxury anni Ottanta che ci offriva sì una camera a prezzo stracciato su lastminute, ma piccola, male illuminata, senza frigo-bar né parcheggio interno e con una finestra che dà su un pozzo di aerazione cieco da cui arriva solo aria viziata e riscaldata. Comodissimo per girellare in centro, ma non all’altezza della sua classificazione e del prezzo.





domenica 17 novembre 2013

Giorno 9 (11.07.2013). Il castello delle meraviglie

Questa mattina snobbiamo la traditional breakfast, per tema di affondare il battello, e senza troppe cerimonie abbandoniamo il Craeg Mhor Lodge, la sua vista magnifica e la sua accoglienza artica.
il porticciolo di Oban
Oban, un po’ più a sud-est, doveva essere una fiorente cittadina commerciale all’inizio del Novecento, a giudicare dagli edifici eleganti tardo-vittoriani e dall’opulenza che ancora intravedo per le strade, oltre che dal belvedere che apre sull’ampia baia e fa compagnia all’antica torre di guardia. 





dal traghetto, all'improvviso, un castello...
Il traghetto è spazioso, sul ponte di prua la vista è libera verso gli scogli e le isolette che ospitano fari solitari; poco prima dell’arrivo una di queste risicate terre emerse ospita un castello in riva all’acqua, molto simile a quello che ha ispirato i disegnatori di Rebel-The Brave (ma si dice che il vero ispiratore sia il palazzotto di Glenelg, assai suggestivo, su Skye) e come bambini ce lo indichiamo l’un l’altro.


La natura di Mull è assolutamente vergine, per non dire incolta, poiché l’sola è molto meno turistica di Skye. E allora le Ebridi esterne come saranno mai? 




Tobermory si apre in una macchia di colore aperta verso il mare, come se ogni facciata manifestasse il desiderio di infondere allegria al prossimo e farlo sentire meno sperso: è ancora presto, e facciamo un salto in distilleria per una visita.
Il whysky, come ci spiegano, sa fa con soli tre ingredienti, l’acqua, il lievito e il malto: l’ultimo viene dapprima bollito in una sorta di zuppa, lasciata poi a fermentare coi lieviti. Passando i giorni la fermentazione produce alcool (poco), zuccheri e molto calore. Nell’ultima fase fermentativa la botte ha un ambiente superiore ai 40°C, con una gradazione alcolica ancora intorno ai 4-5%, e può iniziare la distillazione. Lo spirito ottenuto dopo la seconda distillazione si imbotta, e raggiunge lo status di whysky dopo almeno 3 anni di stagionatura in botti già usate per altri alcoolici, che contribuiscono così alle declinazioni di sapore e colore. Le botti più usate sono le americane da Bourbon (che è posto sempre solo in botti nuove, di cui i produttori devono disfarsi), le più pregiate sono spagnole; vengono storate, col loro ripieno scozzese, in magazzini freschi, dove perderanno circa un 2% annuo di volume alcoolico, ciò che è noto come “parte degli angeli”: visto il film di Ken Loach? e se si è troppo avidi, e si lascia la botte da parte troppo tempo per farne aumentare il valore, si rischia di scendere sotto i 45% e dover buttare tutto (sarà la punizione degli angeli J ). Al termine della visita una generosa dramma di prodotto locale mi mette in allegria.

Glengorm Castle, dai grounds
Glengorm Castle fa onore alle mie aspettative e rappresenta con dignità e poesia la vera aristocrazia britannica, contadina d’origine e pastori cola per scelta. L’interno è lussuosissimo pur mantenendo una chiara allure campagnola; la signora che ci accoglie fa sfoggio di una classe ed un’eleganza naturali che la ricca madame di ieri non sogna neppure. Al castello ci sono cinque stanze per ospiti e nessuna è munita di chiave: qui si è a casa propria, chi ruberebbe in casa sua? O violerebbe la stanza di un ospite? Anche la clientela è chiaramente selezionata dalla difficoltà di giungere fin qui, vediamo solo persone ordinate, di buon gusto e palesemente educatissime, che rispettano le collezioni di argenti e porcellane in bella mostra e le quindici bottiglie di buon whysky a libero accesso in biblioteca. Tutti spontaneamente ne godono senza abusarne, non è luogo di eccessi questo, ma di quiete mantenuta dall’impegno congiunto di tenutari e avventori. 


Interno di Glengorm
Il castello si auto-mantiene non solo con il B&B, ma anche sfruttando i grounds, coperti di greggi di Merinos e mandrie di Highlander che forniscono lana, carne, latte e derivati. Gli orti intorno sono sottoposti a colture intensive di verdure e frutta bio, il tutto in vendita nel coffee shop (a prezzi ragionevoli) e nell’unica panetteria di Tobermory, un po’ come in Una ragazza, un maggiordomo e una lady.

L'airone!
Intorno al maniero ci sono molte piste da trekking, di varia lunghezza e difficoltà; noi siamo andati fino a Some Point, fermandoci accanto a menhir vecchi di 3500 anni, sul cui significato ancora meditiamo: non sembra una tomba. Sulla strada fino al mare siamo saliti su un piccolo forte dell’età del ferro e abbiamo passeggiato su rugosi scogli di lava nera, sotto i quali si crea una piscina naturale dove si può fare il bagno e gli uccelli vengono a fare il nido. Proprio qui avvisto uno splendido airone azzurro. Tornando sorprendiamo anche una grossa lepre e un po’ di scoiattoli ben pasciuti, oltre alle solite pecore e mucche.
Di sera la vista dal castello è libera verso ovest, e a strapiombo sul mare. Fino alle sette siamo rimasti stesi al sole, poi ci siamo sprofondati in due poltrone in biblioteca, con libri e pc, decisi a saltare la cena per goderci il lungo tramonto dalla vetrata déco che occupa l’interezza della parete occidentale. Alle nostre spalle, un caminetto che sa di legno affumicato e la collezione di whysky.






mercoledì 16 ottobre 2013

Giorno 8 (10/07/2013). Peter e Wendy battono Harry Potter

Memori della batosta di ieri, e considerato che ci dirigiamo nel Great Glen, per stanotte cerchiamo una sistemazione col mio mitico netbook. Becchiamo un’interessante last minute, una suite sul Loch Leven in un palazzotto vittoriano, a metà prezzo. 
Mentre carichiamo i bagagli Wendy si informa dei nostri prossimi passi e ci spiega come prendere un traghetto per passare su Skye con un servizio della comunità locale e poi riattraversare a Mallaig, evitando il ponte. Ci vede perplessi, allora chiama lei stessa la compagnia navale per assicurarci il posto a bordo e ci regala il suo stradario! Uno stradario da sogno, con tutti i percorsi finanche i sentieri, tutti ben codificati, e Wendy non ce la vende mica, no, la prende dalla sua macchina e dicendoci “ormai è vecchia”, con aria di scusa, ce la regala (è del 2012). Sarà un ricordo preziosissimo, utile e bello, completo di Irlanda e Inghilterra, e ci accompagnerà in altri viaggi. GPS, i giorni della tua egemonia sono finiti!

la chiatta di Glenelg

A Glenelg (più tolkeniano di così c’era solo Elgol, ma è troppo lontano) prendiamo il battello comunale, una chiatta a conduzione familiare manovrata da due omoni e una ragazzina tredicenne. Il secondo battello è meno artigianale e ci porta a Mallaig, da cui parte la famosa strada panoramica da cui passa l’Hogwarts Express. A parte i ponti ferroviari visti nel film di Cuaron, la tanto decantata via è meno sensazionale di quel che mi aspettavo, e in ogni caso meno di quella che unisce Gairloch a Torridon.




Castello a sorpresa sul bordo inferiore di Skye

Tappa a Fort Williams, che sembra il doppio occidentale di Pitlochry: il suo punto Info pullula di ragazzini e signore impiegati part-time, che cercano informazioni su internet, dove potremmo facilmente accedervi da soli.  La Scozia è un posto molto segreto, con informazioni rare e mal distribuite. Mai visto un Routard così poco maneggevole, e con cui spesso sono in disaccordo. Ma cosa fanno VERAMENTE gli scozzesi normali, e come si fa a saperlo? Grazie al cielo esistono persone come Wendy e Peter, disponibili a passare al prossimo amore e conoscenza, oltre alla gentilezza che agli Scozzesi non difetta mai.
Tutto qui riposa sulla disponibilità spontanea del singolo, che raggiunge vertici eccelsi: persone squisite che vedendoti sperduto si fermano a chiederti se hai un problema e se te lo possono risolvere. 

Intanto ci avviciniamo all’impronunciabile Ballachulin, dove ci attende la nostra suite in una casa bellissima, con vista lago mozzafiato. Ci accoglie un giovane educato con un inglese peggiore del mio. La suite è bella e spaziosa, ma bianca e fredda (in senso figurato, perché si muore di caldo) e dopo un paio di foto al fiordo e al cimitero d’epoca nel giardino accanto scendo nella sala comune ad approfittare del wi-fi. Mi raggiunge la padrona, cui sorrido amabilmente, supponendola adorabile, ma mi sbaglio. Mentre mi squadra, mi fredda con un “Good evening” degno della regina delle nevi e mi chiede se ho prenotato. “Sì, su internet” è risposta che accentua il suo cipiglio, e si rivolge ad altri ospiti, probabilmente meglio paganti. Joel mi raggiunge e la signora si informa bruscamente del nostro itinerario: citiamo Mull e ci chiede, con fare spiacevole, se abbiamo prenotato il traghetto. No, ci stiamo informando… Sciagura!! Onta!! Disonore!! COME si puà programmare una notte su un’isola (“e dove, a Mull? Solo Tobermory? …mpf) senza prenotare il battello? Forse che immaginiamo di andarci A NUOTO? Forse che quando si vuole prendere un aereo si va direttamente in aeroporto? Non sappiamo QUANTA gente LEI ha visto perdere i soldi delle camere prenotate o restare confinati sull’isola senza possibilità di ritorno?! Per fortuna, a salvare gli sprovveduti come noi c’è Lochaline, senza prenotazione, ma quando le dico che è chiusa per nebbia non mi crede e dice di andarci lo stesso. Poi mi intima di prenotare il posto a cena, perché è tardi (18.50). Tra lei e il rifiuto che il mio articolo ha ricevuto dalla rivista a cui l’avevo inviato, il mio broncio si è allungato come quello di un tapiro e Joel mi trascina in un pub-albergo vicino, sulla cui terrazza ci piantiamo al sole.

Il maniero della dama arcigna
Zuppa del giorno e patè di maiale ci consolano, finché non arriva il fish&chips più incredibile della storia: mi hanno portato un merluzzo intero! Ancora si vede la spina attraverso la pastella di farina e birra. Per le chips bisogna scomodare aggettivi importanti, quali glorious, gorgeous, marvellous. Joel ha preso un pollo farcito di haggis e arrotolato nel bacon: a me non piace molto, ma lui ne è strafelice. Al tramonto il cagnone nero di casa, un meticcio dal muso furbo, comincia a farmi la corte e, non vista, gli rifilo l’ultimo pezzo di pesce e la panatura residua. Mi sembra gradire, e gli allungo anche metà delle patate rimaste, una dopo l’altra. Al suo arrivo la cameriera stupita si complimenta per l’onore fatto al piatto (“nessuno lo finisce mai…”), ma né io né il cagnone riveliamo il nostro piccolo segreto. E appena in albergo, prenotiamo su internet andata e ritorno del battello per Mull, con una pernacchiona all’arcigna locatrice!

lunedì 23 settembre 2013

Giorno 7 (09/07/2013). Gita al faro

La colazione che ci servono i nostri ospiti, Peter e Wendy, rimetterebbe al mondo un morto. Joel propende per la classica full Scottish, io approfitto per fare incetta di salmone affumicato.
Poi inizia il viaggio su Skye, con un certo timore riguardo all’alloggio. Persino Peter si dice incerto sulla possibilità di trovarvi una camera, o di averla nelle vicinanze del ponte, recente opera di grande utilità e discreta bellezza che con il suo arco di circonferenza promette migliore connessione tra le due isole. Però è dai giochi di Luss che tutti ci ammoniscono in tal modo, e fin’ora abbiamo sempre trovato posto senza difficoltà alcuna.

Dunvegan con la bassa marea. Pensa che artriti, viverci
 (magari nel Settecento).
Fino allo svincolo per Dunvegan tutto procede bene, le strade sono piene di B&B e le corsie discrete; poi il gioco si fa un po’ più duro, gli alberghi più radi e su tutti campeggia il segnale No Vacancies, ma è ancora presto e bisogna concentrarsi sulla rotta, ardua, verso il castello. Massiccio, non bello ma fiero, ricoperto di uno strano bitume marrone probabilmente necessario a non farlo disgregare dalle alghe, dal vento e dal sale, Dunvegan Castle si erge sulla sua rocca e sembra emergere dalle brume di un passato violento in cui la natura non faceva sconti e i clan nemici non prendevano prigionieri.  Decidiamo di non visitare gli interni, che in questi palazzotti medievali sono spesso deludenti, e ci attardiamo per i giardini, che sono due, inseriti in una semiluna boscosa che occupa il fondo del fiordo su cui la rocca si affaccia.
Il primo è una raccolta di specie più e meno rare di fiori, aggregati in insiemi finto-casual con piante che nascono le une abbarbicate alle altre, cosicché margheritine gialle sbucano in mezzo a mazzi di protettive digitali purpuree. Fiore miticamente letterario per ogni italiano che si rispetti, e amico –pericoloso- di ogni medico, qui è una delle specie spontanee di più facile reperimento, lo si vede occhieggiare nei fazzoletti di terra prospicienti le villette e nei fossi delle strade, rigoglioso e fucsia senza false modestie, pieno di salute nella rugiada mattutina. A fare un po’ d’ombra –ma non troppa, ché non è poi così necessaria- qualche albero da guinnes dei primati, come un’enorme tuia tonda che sembra una siepe di più alberi, mentre è solo una, e una specie di conifera semigrassa proveniente dal Cile che mi fa pensare ad una buffa scimmia. Ha qualcosa di vagamente antropomorfo, ciò che in una pianta può essere inquietante. L’altro giardino, il walled garden, ha per l’appunto un muro di cinta che lo ripara dal vento, come il Giardino Segreto di Burnett: era il giardino della Signora, che non ci incontrava gli amanti (in questa landa desolata…) ma si dedicava ad un passatempo assai chic fra le dame della sua epoca: coltivava l’orto. Adesso torna di moda… Comunque la Lady curava patate Charlotte, pisellini e persino tenere insalate, qui difficilissime da moltiplicare, anche con l’ausilio del frangivento in muratura, che in effetti innalza la temperatura in modo sensibile, e riusciva ad offrire cene decorose agli intrepidi amici che venivano a farle visita fino a quest’angolo remoto. Dietro l’orto c’è un piccolo imbarcadero da cui si parte per vedere le foche. Saliamo in sette, marinaio compreso, sulla barchetta a motore che arriva velocemente ad un minuscolo atollo con tre foche stese al sole. Sono vicinissime, ci osservano con un’aria un po’ annoiata e distaccata: sono anche un po’ curiose, come se guardassero i turisti come bestie da esposizione. Penso: “accidenti, le abbiamo già viste: adesso ci riportano indietro”, ma nemmeno per sogno! Più in là la baia è piena di scogli ricoperti di spessi strati di alghe e, stese su questi scivolosi materassi, centinaia di foche tutte intente a recuperare il minimo raggio di sole, in una posizione da yoga apparentemente poco riposante: con manine e piedini giunti, formano una specie di banana, appoggiandosi su un fianco e tirando su testa e coda. In questo luogo il fondale è troppo basso per le orche assassine che cacciano le foche, e gli umani qui sono rispettosi, rendendo Dunvegan un luogo ideale per la riproduzione. I piccoli che emettono urletti rauchi non hanno più di 4-5 giorni. Fra nemmeno due settimane le cure parentali volgeranno al termine e dovranno cavarsela da soli, cacciando in mare aperto. Dove ci sono anche le orche.

Allattamento... goditela finché dura, baby seal!
Mentre mi sento male per loro, vediamo un piccolo che allatta! Che scena incredibile…
Pomeriggio a Nest Point, il punto più a Ovest di Skye. La strada per arrivarci è francamente terribile e da sola non l’avrei MAI fatta. Il panorama diventa sempre più estremo, mentre le brume si sollevano e, un passing point dopo l’altro, andiamo verso la fine del mondo.


Aperto e spoglio, Nest Point costringe a farsi l’ultimo miglio di scogliera a piedi, su un sentiero lastricato che conduce al faro. Adesso che mi ricordo, avevo anche cercato il modo di dormirci, qui dentro, poiché è possibile affittare delle camere. Per fortuna era già occupato, e ora mi rendo conto di quanto scomoda e inquietante sarebbe stata la sistemazione: nonostante il sole caldo c’è un venticello perfido e siamo lontani da tutto. Alle tre del pomeriggio il posto è “piacevolmente” disturbante, comunica un senso di vertigine e mistero, sembra il porto delle navi degli elfi; di notte credo mi avrebbe fatto paura, quando al calar del sole saremmo rimasti soli insieme ai fantasmi di qualche vecchio lupo di mare. 
il faro di Nest Point
Vero l'infinito, e oltre!
 Più che a Tolkien, penso a Quelle Oscure Materie: le falesie lisce e proditorie sarebbero un setting perfetto per il desiderio violento di materia che sprigiona da quelle pagine, e penso che vorrei vedere anche l’Islanda.
Mentre ci perdiamo nella bellezza straniante la situazione alberghiera si fa complicata e alle sette di sera non abbiamo una camera (qui la gente ha già cenato…), mentre incrociamo B&B tutti pieni. Colti da disperazione, telefoniamo a Peter e Wendy che, pur al completo, ci infilano in una stanza vuota sul retro: niente vista fiordo, ma tetto sulla testa. 

Un road trip è sempre un buon momento per incontrare i tuoi angeli custodi, e quando arriviamo ci fanno trovare la tavola già imbandita con zuppa di pomodoro e basilico (buona che sembra fatta in Calabria), capesante al forno e selezione di formaggi locali. La birra non è buona neppure qui, e Joel cerca di condividere l’esterofilia degli autoctoni assaggiando uno Shiraz del Cile dimenticabilissimo. Però qui tengono all’esotismo, la carta dei vini ha un esemplare per ogni paese che mette su una vigna, è importante favorire la diversità e assicurarsi contatti con ogni dove. Insomma, il vino lascia a desiderare, ma l’approccio è ottimo!

giovedì 19 settembre 2013

Giorno 6 (08/07/2013). Con i piedi nell’oceano

Stamattina superiamo rapidamente Inverness, il grande polo industriale e commerciale al fondo del Loch Ness, per scoprire un po’ di selvaggio Nord (ma non prima di esserci persi in un parcheggio della Coop locale: Inverness può essere caotica, in periferia).

Subito a est della città ci sono i Clava Cairns, incredibile reperto di oltre quattromila anni che è contemporaneamente necropoli e raduno di templi druidici di epoche successive, circondati di menhir e un paio di dolmen. È curioso vederli tutti insieme, ma soprattutto è incredibile la quieta sacralità che pervade questi luoghi, che in tutta la mattina hanno visto passare solo noi. Questa assenza di profanazione di massa un po’ mi sorprende, dacché il sito è spettacolare benché meno famoso o ampio di altri analoghi come Carnac, che rischia continuamente la rovina per mano e piede di un afflusso selvaggio. 

Il campo di Culloden, nonostante la tragicità degli eventi che richiama, è davvero solo un campo, e gli preferisco la rilettura di qualche pagina di Walter Scott.

La strada comincia a farsi dura e lascio il volante a Joel, almeno finché non torneremo nel sud. Le corsie sono strettissime, e dopo qualche chilometro si passa direttamente alla corsia unica, costellata di passage points, ovvero piazzole laterali che permettono alle persone di incrociarsi. Il più vicino alla piazzola vi si ferma e l’altro conducente si profonde in ringraziamenti con capo, braccia e arti liberi, mentre gli altri passeggeri parimenti partecipano all'effusione  Dopo un po’ di preghiere e qualche manciata di capelli bianchi giungiamo in prossimità di Gairloch: la sua costa oceanica si apre verso il mare con sontuosità, in una costa frastagliata ma non aspra, erosa da millenni di onde lente e possenti. Fa caldo in modo inusuale per la regione, e sulla spiaggia immensa ci sono altre coppie, bimbi e cani che si beano del tempo bellissimo, un cielo terso solcato solo da nuvole passeggere e una temperatura che permette ai più temerari di fare un bagno, magari con la muta. Persino io mi metto i pantaloncini da yoga della North Sail che ancora non avevo mai usato: gli spazi qui sono abbastanza grandi da permettere una notevole privacy, e tutto è quiete e riposo. Il centro della spiaggia bianca, tappezzato di alghe e residui di conchiglie, segnala il limite della marea e sulla parte più asciutta consumiamo un leggero pranzo di frutta e biscotti da tè, con uno scone e una pasta frolla acquistati al bar del vicino campo da golf. 
Di questo sport avevo sempre pensato abbastanza male, mentre mi sembra qui, ora, molto sano e naturale, assolutamente calibrato sul paesaggio, per nulla snob; naturalmente anche in Scozia ci sono campi molto “fancy”, bordati di alti cancelli a proteggere il relax di altezzosi utenti, ma la maggior parte dei siti disponibili nell'intorno sono campicelli naturali di varia grandezza che seguono i rilievi naturali del terreno, senza caddies o altre storture semicoloniali: se vuoi una mazza te la prendi, se spedisci la pallina nello stagno o nella sabbia vai a ribatterla, possibilmente senza sporcarti troppo i calzettoni da kilt.

Dopo pranzo mi assale la tentazione di mettere almeno i piedi a bagno, perché senza bagno in mare, che vacanza è? Questo è l’oceano aperto, e sembra una tavola blu… dopo la stradetta accidentata da Inverness ci è parsa una rivelazione, quindi via scarpe, via calze e su il pile per controbilanciare un po’ il freddo delle estremità inferiori. Subito l’acqua non sembra nemmeno tanto fredda, ma dopo qualche minuto mi fanno male piedi e caviglie, e mi regalo un Raynaud coi fiocchi. Il mio prof di reumatologia sarebbe fiero di me. Per questo mi sento prudere da morire, o saranno questi strani insettini zampettanti nell’acqua bassa? Più prudentemente proseguo con i piedi all'asciutto  lasciando Joel al suo pediluvio, e raccolgo qualche conchiglia: ci scriveremo dentro l’occasione del viaggio e inizieremo una piccola collezione da mettere in una bella boccia vicino alla nostra nuova vasca da bagno. In una casa al mare, la boccia di conchiglie è di rigore, no?



Nel pomeriggio facciamo di nuovo volta verso sud, per pernottare in un luogo vicino a Skye, e sento la triste mancanza di una vera mappa del luogo, perché gli uffici del turismo ne distribuiscono di molto sommarie, e comincio a patire il GPS: per tanti versi è meraviglioso, ma il mio io-navigatore non vuole essere soppiantato così, in tronco. Inoltre le carte satellitari della Gran Bretagna non sono molto precise, e provocano lo sdegno del mio ligissimo marito che, contrario allo scaricamento, le ha regolarmente comprate per un prezzo esorbitante. 


Lochcarron mi sembra un buon posto, e comincio a dare un’occhiata in giro, in riva al fiordo c’è una Guest House promettente; vi prendiamo una stanza ampia e pulitissima, estremamente luminosa e con una vista mozzafiato, per 80£ che ci sembrano ben meritate. Ci fermiamo anche per cena, dove scopro a quali vette meravigliose possa assurgere la Cullen Skink! Poi salmone affumicato e in paté, oatcakes, cozze con la panna e il vino bianco. Dopo cena, su tripAdvisor scopriamo di aver imbroccato per puro caso il Rockvilla, pluripremiato detentore di un unanime 5/5 (unico a mia memoria). Per la descrizione della luculliana colazione, dovrete aspettare il prossimo post, perché domani è un altro giorno.scopriamo di aver imbroccato per puro caso il Rockvilla, pluripremiato detentore di un unanime 5/5 (unico a mia memoria). Per la descrizione della luculliana colazione, dovrete aspettare il prossimo post, perché domani è un altro giorno.

La vista dal Rockvilla, sul fiordo

martedì 17 settembre 2013

giorno 5 (07/07/2013). La colazione è il pasto più importante della giornata.

In luogo di Steven, il magro receptionist di ieri, questa mattina ci serve una bionda e ancor più giovane fanciulla, dolcemente ingenua e terribilmente maldestra, che io adoro e Joel trova la cameriera peggiore della storia. Ci chiede se vogliamo la full Scottish breakfast e noi, tutti contenti, rispondiamo con uno “yes sure!” a dir poco entusiasta. Senza considerare, però, che la full consiste di haggis + black pudding + bacon + salsicce + uova in camicia + funghi alla piastra + pomodori al forno + fagioli in salsa di ketchup + frittella di grano saraceno. Una roba enorme, pantagruelica. Vedendo i piatti ci escono gli occhi dalle orbite.


Questa non ce la scorderemo mai... in senso orario, partendo dal pomodoro: ketchup beans, uova, funghi, frittella, black pudding, haggis, salsicce e bacon! Gaudio e delizia...

Attraversiamo i Trossachs andando verso nord, paesetto dopo paesetto, tra ruscelletti, cascatelle e foreste, e ci fermiamo a Callander per sgranocchiare due biscotti con un po’ di frutta in un villaggio tutto raccolto intorno ad un ponticello. In effetti il ponte è il ricordo di una famosa battaglia (qui un po’ tutto lo è, combattevano sempre), il fiumiciattolo si produce in una cascata particolarmente pittoresca proprio sotto di noi e sull’altra riva c’è il più antico filatoio a ruota orizzontale di Scozia: dal 1800 batte lana per tutto il circondario. Anche qui torna alla mente il macchinario dei I pilastri della terra, ma l’ambiente sembra più consono a degli Hobbit della Terra di Mezzo. Infine, sull’isolotto calato nel mezzo del letto del ruscello, notiamo un portale con un’iscrizione: credo sia il cimitero della famiglia Mc Leod, e qui dovrebbe essere sepolto Rob Roy.

Il meteo comincia a migliorare, e non abbiamo più bisogno di impilare strati di abiti per proteggerci dal vento birichino, anzi il sole ci cuoce a fuoco lento andando verso Pitlochry, che è una cittadina affollata, un po’ anonima e parecchio pacchiana. 


Alle sue spalle, però, il castello di Blair vale un’occhiata, e andiamo a visitarne i giardini, di solito la porzione più attraente delle proprietà insieme alle facciate suggestive –mentre gli interni sono perlopiù spogli e poveri. Il castello propriamente detto, bianco con bordi neri, è di un neogotico degno di un film della Pixar, mentre il parco si compone principalmente di due parti, la Diana’s Grove in cui è immersa una diroccata cappella, e i giardini di Hercules, una vera sorpresa botanica che riunisce ninfee, specchi d’acqua per le anatre, ponticelli in stile cinese, una grande collezione di rose e di digitale e un incredibile orto pieno di mille varietà di patate, zucchine, piselli fragole e altre specie che mai ti aspetteresti di trovare in un castello blasonato. L’orto qui è un passatempo chic, utile e degno di nobili terricoli che hanno tempo e mezzi per far proliferare piante che sarebbero facili prede degli agenti atmosferici.



Vista l’ora, è il caso di spostarci ancora in direzione di Inverness, e iniziare a cercare un rifugio per la notte, dopo aver cercato infruttuosamente di salutare i cervi di Diana nel Blair Atholl (per inciso, i detti cervi non ci hanno considerato di striscio e si sono messi a far la siesta in un punto così lontano dal recinto da far pensare ad uno sciopero della foto-ricordo).
Nell’arco di cinque chilometri la vegetazione cambia completamente, virando verso un quadro più inquietante e ostile, con monti alti e spogli di colore indaco e verdone: ma sarà vero che dopo Pitlochry non si trova da dormire se non prenotando con largo anticipo? Le strie di neve e di bruta pietra che solcano i monti violacei mi intimoriscono un po’ e decido di pilotarci fuori dall’autostrada già a Newtonmore, per avere una decina di km in più dove cercare un riparo per la notte, prima di affrontare la più caotica città del nord profondo. 

Esempio di umorismo scozzese? We like it!
Appena entrati in paese una Guest House ci attende e prima di decidere se vogliamo la stanza il padrone ci ha già messo le chiavi in mano e fatto lo sconto, così in meno di dieci minuti ci ritroviamo in un delizioso sottotetto rimesso a nuovo da pochissimo, con pareti di boiserie color miele e un bagno di azuleios (ma che ci azzeccano, direte), per la modica cifra di 59£. In più siamo nel pub del paese, quindi si mangia in compagnia di mezza Newtonmore Cullen skink, la mia prima zuppa di baccalà, patate e cipolle in crema di latte e panna. In compenso la birra non è un granché e mi sembra acquatica, meglio ritirarsi a meditare in camera.

venerdì 13 settembre 2013

Giorno 4 (06/07/2013). Highland Games a Luss e il Loch Lomond

Il Black Bull ha un giovanissimo gestore, Steven, che ci porta una colazione pantagruelica da lui definita “media”… ce la consiglia, dacché ai giochi, pare, mangeremo un sacco. In realtà io comincio ad essere così satura che ormai la nozione di appetito è stata ampiamente rimpiazzata da quella di gola. 

Quando arriviamo a Luss troviamo che l’atmosfera degli Highland Games è distesa come quella di una bella fiera di paese: in giro ci sono pochi turisti (immagino si concentrino a Braemer in settembre), comunque di lingua inglese. Il pubblico è composto più che altro da famiglie locali, che spesso vantano almeno un componente tra i gareggianti. Si inizia dalle ragazze, nella gara di danze tradizionali, mentre omoni nerboruti in kilts multicolori cominciano a lanciare enormi martelli dai manici in cuoio.

Questo coraggioso ha soffiato dentro la sua pelle di pecora per ore...
Ci spostiamo un po’ lungo il grande spiazzo erboso, anche perché essermi seduta sull’erba rugiadosa ha degli inconvenienti (leggi didietro semicongelato e umidiccio), a vedere la gara di cornamusa. Questi poveretti devono finire la giornata con una cefalea infernale, a forza di soffiare per ore in questi strumenti impietosi, ma tutta la comunità è ripagata da una musica solenne, acuta, con qualcosa di tragico e malinconico che, mutatis mutandis, mi fa pensare al fado, ma mescolato alla fierezza di chi scende in battaglia senza paura della morte. 


Ahi... l'ERNIA!!!!
Poco distante, la disciplina più spettacolare è probabilmente il tossing the caber, cioè il lancio di un enorme tronco, che deve ricadere verticale dopo una giravolta di 180°: sembra quasi di sentire i dischi che erniano… Tra le altre molto tradizionali c’è il lancio della balla di fieno col forcone, che al confronto sembra una passeggiata di salute.


Ancora impregnati dello spirito scanzonato dei giochi, facciamo un piccolo tour di Luss, una cittadina lungolago senza grandi pretese, e completiamo il tutto con una mini-crociare sul Loch Lomond, veramente bello e dalle rive verdeggianti. Mi piacciono soprattutto gli isolotti dalla natura vergine che sorgono nel mezzo, peccato che il conducente del barcone non sia particolarmente socievole o propenso alla didattica.

A mezzogiorno abbiamo comprato solo frutta fresca ai giochi, perciò ci dedichiamo senza rimorsi al buon cibo della trattoria serale: il mio salmone fritto arriva su un letto di zuppetta di pesce con cozze, sarde, merluzzo, gamberetti e zucchine e meriterebbe un premio speciale. E ancora per stasera il salotto comune è lì ad attenderci, con la pelle invecchiata delle sue poltrone e l’aria lisa del camino di marmo.


la sala comune del Black Bull